La letteratura italiana: una panoramica

La letteratura italiana: una panoramica

Walterhouse Decameron

Ciao! Questo è il podcast di ita_ecco sulla letteratura italiana: nove lezioni su altrettanti autori, più una lezione introduttiva!

Questo primo incontro sarà una panoramica della letteratura italiana dagli inizi ai giorni nostri. Mentre lo preparavo, però, mi sono resa conto che è impossibile parlare per 15 minuti di tutte le correnti letterarie e gli autori italiani, quindi darò delle linee generali, e collegherò la letteratura alla lingua.

Quando è nata la letteratura italiana? I primi testi letterari in italiano – chiamiamolo così, poi spiego meglio – sono nati circa nel 1200 in tre punti diversi: al Nord si è sviluppata la poesia didascalica, cioè la poesia che dava delle regole di bon ton, di comportamento; al centro fiorisce la poesia religiosa, per esempio San Francesco d’Assisi e Jacopone da Todi; al sud, alla Corte di Federico ii di Svevia, nasce una poesia d’amore cortese (con cavalieri, dame…).

Prima del 1200, l’italiano era comparso raramente in forma scritta e mai in forma letteraria: per esempio, troviamo frammenti di volgare italiano nelle note a margine di un testo in latino, oppure nelle iscrizioni fatte sugli affreschi, come nella basilica di San Clemente in Laterano oppure nella catacomba di Domitilla. Perché a quel tempo il latino era la lingua della cultura: la letteratura non era un prodotto di consumo, cioè non doveva essere venduta alla maggior parte delle persone, ma era un prodotto per le élite, e le élite parlavano e scrivevano in latino.

Questo è anche il motivo per cui i primi esempi di poesia non sono scritti in italiano vero e proprio, come dicevo prima. Ognuno scrive nel suo volgare, o italiano regionale, cioè nell’italiano che si parla in quella zona. Quindi se noi leggiamo i testi di San Francesco d’Assisi “laudato si”, che è il primo testo che noi studiamo a scuola, l’italiano è molto diverso dai testi di Jacopo da Lentini, che invece è un esponente della poesia siciliana.

Continuando il nostro percorso letterario, la poesia siciliana della corte di Federico II riprende l’idea dell’amore cortese che si era sviluppato in Francia (perché in Francia la poesia è nata prima rispetto all’Italia): i siciliani sviluppano l’idea d’amore impossibile che i cavalieri provano per una donna che è padrona del loro cuore. Queste donne spesso sono già sposate, perciò irraggiungibili.

Oltre che i contenuti, i poeti siciliani riprendono e innovano la forma delle poesie: usano largamente il “sonetto”, che è la forma poetica preferita dagli italiani. Non vi dico la struttura nei minimi particolari, comunque è una poesia di 14 versi con un sistema di rime fisso e con versi endecasillabi (il verso è la frase della poesia. Endecasillabo significa un verso di 11 sillabe, o di 12 con l’accento sulla penultima sillaba).

Anche in un’Italia frammentata, le idee circolano e questo tipo di poesia arriva in Toscana e lì ha il suo massimo splendore: nella seconda metà del 1200 nasce la corrente letteraria che si chiama Dolce Stil Novo: si tratta appunto di uno stile del tutto nuovo, che preferisce la lingua volgare, e che tratta argomenti dolci come l’amore cortese. Tra i massimi esponenti troviamo Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti, ma anche il giovane Dante Alighieri (il sonetto tanto gentile e tanto onesta pare appartiene a questa corrente).

Dante ovviamente è conosciuto nel mondo per la sua Divina commedia, poema allegorico-didascalico, come è definito. La Commedia è la descrizione del viaggio del poeta nei tre regni ultraterreni dell’inferno, del purgatorio del paradiso. Per me, la Divina Commedia è perfetta. Il poema ha una struttura veramente rigorosa a livello formale, perché lo schema di rime e di versi non cambia mai ed è sempre rispettato. Ha però anche una fantasia e anche una lingua ricchissime. Infatti, quando studiamo Dante parliamo di plurilinguismo: lui utilizza parole del gergo o appartenenti alla lingua più bassa, come merda e culo, nell’inferno; ma leggiamo anche parole sublimi quando si parla di Dio.

Tuttavia la letteratura italiana ha seguito la lezione di un altro grande scrittore, cioè Francesco Petrarca. Petrarca è nato una quarantina di anni dopo Dante, ma la differenza tra i due si sente. Petrarca nasce in un clima di Umanesimo, una sorta di filosofia che voleva un ritorno culturale alla grandezza classica, dopo la parentesi del Medioevo. Quindi, se Dante scrive un intero poema in volgare toscano e anche trattati teorici sull’importanza della lingua volgare, Petrarca cerca la gloria nelle opere in latino (io ho tradotto il latino di Petrarca all’università e posso dire che era eccelso, aderente alle regole classiche). Scrive delle poesie, delle rime sparse, in volgare come esercizio di stile, ma la fama come autore gli è data proprio da loro: nel suo Canzoniere sono affrontati temi come l’amore difficile, il tormento del poeta…insomma, argomenti moderni, in forme e in lingua moderne. Le poesie di Petrarca, però, sono lontane dalla ricchezza lessicale di Dante: le parole che Petrarca usa sono molte di meno. Infatti si parla di unilinguismo petrarchesco.

Questa differenza sarà importante poi, per lo sviluppo della lingua italiana. Fino al 1500 c’è una grande vivacità linguistica, nella produzione letteraria in volgare. Io, sempre all’università, ho studiato poesie napoletane del 1400 dove la lingua napoletana si sentiva fortissima. La stessa cosa accadeva al Nord, dove si scriveva in volgare milanese o torinese ecc. Nel 1500 la situazione cambia. Come? Pietro Bembo scrive le prose della volgar lingua nel 1525. In questo testo, l’autore da delle direttive su come scrivere in volgare, perché era innegabile ormai che la nuova lingua aveva preso il posto del latino nella letteratura artistica. Quindi, per la poesia, Bembo suggerisce di seguire la lingua di Petrarca, per la prosa quella di Boccaccio, che è l’autore della raccolta di novelle Decameron.

Questa norma è stata molto utile da un lato, ma ha creato problemi da un altro punto di vista. La lingua e la letteratura italiana, infatti, sono state essenziali per la costruzione della nazionalità italiana, perché noi ci siamo uniti nella lingua molto prima che nella politica. l’Italia era una perché scriveva nella stessa lingua. E attenzione! Io ho detto “scriveva”, e non “parlava”. La situazione che si è creata, infatti, era bizzarra: noi scrivevamo usando il volgare toscano del 1300, ma parlavamo dialetti diversi. Se pensiamo che solo l’abruzzese, il dialetto della mia regione, ha tre linee dialettali diverse, potete immaginare com’era difficile capirsi su e giù per la penisola. Quindi, per comunicare, gli strati più alti della società utilizzavano prima il latino, poi il francese, ma non un italiano standard. Anche per la lingua scritta, poi, la situazione era problematica: se il modello era quello di Petrarca e di Boccaccio, per gli scrittori del 1700 e del 1800 questo creava dei freni all’espressione libera.

L’esempio che mi viene in mente è un grande poeta come Ugo Foscolo, vissuto tra questi due secoli. In lui si percepisce la spinta innovatrice che risente delle idee romantiche che si stanno affermando in Europa, sia nei contenuti che nelle forme (lui scrive un protoromanzo moderno, Le ultime lettere di Jacopo Ortis). Però la sua lingua è classica, non suona viva. E così anche Giacomo Leopardi e per Alessandro Manzoni.

Se Dante è il padre della lingua italiana, Manzoni è il secondo padre, diciamo così. All’inizio del 1800 c’era un grande dibattito tra gli intellettuali dell’epoca per la creazione di una lingua nazionale. Alcuni, i puristi, volevano che la lingua rimanesse fedele ai canoni del 1300; altri, i toscanisti, volevano invece considerare italiano il toscano del 1800, e poi c’era una terza via, che è quella adottata da Manzoni: nel suo romanzo I promessi sposi, lui utilizza una lingua che è il fiorentino, ma pulito di tutti gli elementi totalmente dialettali.

Per arrivare a questo risultato, il romanzo vedrà tre versioni: se le prime due sono ricche di francesismi e di parole desuete, la terza invece è in italiano moderno. Questo succede perché lo scrittore decide di viaggiare a Firenze per studiare la lingua viva e utilizzarla nel suo romanzo. La lingua del romanzo è il fiorentino, senza i suoi tratti più dialettali (per esempio la c aspirata o la costruzione “noi si fa”). Questa sarà la base dell’italiano che oggi parliamo e studiamo. Con l’Unità d’Italia, nel 1861, sono poi state fatte politiche per rendere standard la lingua in tutta la penisola, come l’obbligo di istruzione e di servizio militare, ma anche con l’emigrazione verso il nord per lavorare. Quindi possiamo dire che dall’Ottocento in poi la lingua italiana ha seguito il percorso delle altre lingue europee.

Io ho saltato quasi tre secoli di letteratura, passando da Petrarca a Foscolo, ma in questo arco di tempo abbiamo avuto tante correnti letterarie e autori importanti. Per prima cosa, visto che le ho già citate prima, vorrei dire cos’è una corrente letteraria: è un insieme di opere che condividono determinate forme e idee, perché sono state scritte in un certo periodo, perciò il contesto storico, economico e sociale ha influenzato più o meno allo stesso modo gli autori. Le correnti letterarie non sono schemi fissi, non hanno una data di inizio e di fine precise, e anzi, spesso si sovrappongono.

Per esempio, alla fine dell’Ottocento vengono pubblicati grandi romanzi appartenenti alle correnti verista e decadente. La prima cercava di rappresentare situazioni come in fotografia, in maniera documentaria, la seconda invece si dedicava all’interiorità, andando a studiare anche gli aspetti morbosi della psicologia dei protagonisti: quindi, due modi totalmente diversi di scrivere. Eppure Giovanni Verga, verista, e Gabriele D’Annunzio, decadente, pubblicano negli stessi anni.

Viceversa, a distanza di pochi anni si possono trovare grandi differenze: nel XVI secolo, quindi nel 1500, abbiamo due grandi scrittori di poemi, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, che, affrontando il tema delle crociate o della guerra tra cristiani e saraceni, usano toni molto diversi: Ariosto, nell’Orlando furioso ha una libertà e anche una certa allegria che non troviamo nella Gerusalemme Liberata di Tasso, perché tra le due opere c’era stata la riforma protestante e la conseguente controriforma cattolica, perciò il clima era cambiato, e l’opera di Tasso ne risente. La storia, la cornice, sebbene non sia la creatrice dell’opera, come alcuni pensano, fa comunque sentire il suo peso.

Passando a un periodo più vicino, il fatto che il fascismo abbia perso la guerra mondiale, e che gli italiani abbiano combattuto per la libertà, ha fatto sì che negli anni ’40 e ’50 la letteratura sia stata di sinistra e molto spesso ha parlato di resistenza, di lotta partigiana, con un’aderenza forte al vero (infatti si parla di neorealismo). Si dovranno aspettare gli anni ’60, quando Italo Calvino, che per me è uno degli scrittori più importanti del 900, va in Francia, e ancora una volta da lì impara delle tecniche per creare un romanzo nuovo.

Purtroppo non ho potuto citare tutti gli autori del canone italiano, né soffermarmi sulle opere che io preferisco (per esempio, quella che ho citato solo di sfuggita, cioè l’Orlando Furioso). Comunque, nelle prossime puntate parleremo di tanti autori, non solo del 1900, perciò potremo chiarire alcuni aspetti della loro produzione. Intanto, spero di avervi tolto qualche curiosità! Ciao!

2 commenti

Svetlana Grigoreva Scritto il5:52 pm - Gennaio 25, 2022

Che grande lavoro, molto molto interessante. È stato interessante conoscere la formazione della lingua italiana.

    tiago Scritto il12:02 pm - Febbraio 26, 2022

    Capolavoro di Maria Chiara! 🙂

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